Claudia Palladino

Claudia Palladino

Il TAR del Lazio è tornato a pronunciarsi sull’accesso ai corsi a numero programmato di Medicina e più precisamente sul ricorso, patrocinato dallo studio legale Bonetti & Delia, di uno studente che richiedeva il passaggio ad anni successivi al primo presso l’Università degli Studi Dell’Aquila.

Nel ricorso si deduceva in primis la violazione della L. n. 264/1999, la quale prevede che il superamento del test costituisce requisito di ammissione indefettibilmente richiesto per accedere alla facoltà di Medicina e Chirurgia, in aggiunta al diploma di scuola secondaria superiore, ma non anche per ottenere il trasferimento ad anni successivi al primo in presenza di posti disponibili.

Nel caso di specie, il ricorrente aveva superato diversi esami riconoscibili al corso di laurea in Medicina e Chirurgia.

Già con ordinanza cautelare del 22 marzo 2019, il TAR del Lazio accoglieva le ragioni difensive del ricorrente, alla luce dei principi interpretativi desumibili dalla nostra nota sentenza dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 1 del 28 gennaio 2015, disponendo, pertanto, l’immatricolazione con riserva del ricorrente.

Con la sentenza del 18 marzo 2020, il TAR ha confermato tale pronuncia, ribadendo con forza i principi statuiti dall’Adunanza Plenaria del 2015, ossia che “nessuno specifico requisito di ammissione, invece, è formalmente richiesto per i trasferimenti, disciplinati dall’art. 3, commi 8 e 9 del D.M. del 16 marzo 2007 (Determinazione delle classi di laurea magistrale): le citate norme si limitano infatti a disporre il riconoscimento dei crediti già maturati dagli studenti, in caso di passaggio non solo ad una diversa Università, ma anche ad un diverso corso di laurea”.

Pertanto, “solo per il primo accesso alla Facoltà, pertanto, appare ragionevole un accertamento della predisposizione agli studi da intraprendere, mentre per gli studenti già inseriti nel sistema (ovvero, già iscritti in Università italiane o straniere) può richiedersi soltanto una valutazione dell’impegno complessivo di apprendimento: impegno, dimostrato con l’acquisizione dei crediti, corrispondenti alle attività formative compiute”;

Secondo il TAR, i principi basilari sopra sintetizzati si adattavano perfettamente al caso di specie, ove il ricorrente aveva maturato in facoltà italiane diverse da Medicina e Chirurgia, crediti formativi “spendibili” in quest’ultima facoltà.

Inoltre, il TAR del Lazio si è pronunciato sull’ulteriore requisito della presenza di posti disponibili. Più in particolare, ha affermato che la sussistenza di posti disponibili presso l’Ateneo con riguardo al IV e V anno costituisse una valida motivazione per confermare l’immatricolazione del ricorrente, pur avendo lo stesso presentato domanda per il trasferimento al III anno. Dunque, il Giudice Amministrativo sottolinea ancora una volta che, ai fini della sussistenza di posti disponibili, debba considerarsi l’intera coorte dei VI anni di corso.

Non solo. Il TAR ha anche tenuto in giusta considerazione l’intervenuta immatricolazione al corso di laurea in Medicina a seguito dell’ordinanza cautelare, evidenziando che, “in ogni caso, l’ormai lunga frequenza del corso con lo svolgimento di tutte le attività formative previste dall’ordinamento degli studi, dimostra “ex post” l’adeguatezza della struttura all’accoglimento del candidato”.

Con soddisfazione commenta l’Avv. Michele Bonetti: “Siamo lieti di aver ottenuto un altro provvedimento definitivo che sancisce l’immatricolazione della ricorrente basato sui principi statuiti dall’Adunanza Plenaria n. 1/2015. Ancora una volta" conclude l'Avv. Bonetti "il Giudice Amministrativo ha fornito una corretta applicazione della L. n. 264/1999, che regola l’ingresso ai corsi ad accesso programmato, disponendo l’immatricolazione ad anni successivi al primo, in presenza di posti disponibili, di un soggetto che ha conseguito moltissimi CFU e, dunque, si è dimostrato ampiamente meritevole. In questo momento particolare per il Paese, toccato dall’emergenza per la nota vicenda del Covid-19, a maggior ragione bisogna aprire gli accessi alla facoltà di Medicina, garantendo non solo il diritto allo studio ma anche il diritto alla salute dei cittadini che per anni hanno visto programmazioni sottostimate da parte degli Atenei e dai Ministeri dell’Università e della Salute”.

Mercoledì, 11 Marzo 2020 10:24

Comunicazione – Emergenza COVID-19

Gentili Clienti,

lo studio legale Bonetti & partners & Bonetti-Delia segue con la massima attenzione lo sviluppo dell’emergenza sanitaria in corso e i diversi provvedimenti che vengono costantemente emanati, sia a livello centrale che locale, per il contenimento della diffusione del COVID-19.

In questo difficile contesto,  abbiamo ritenuto doveroso nei Vostri confronti, nella qualità di professionisti, adottare tutte le misure organizzative necessarie per garantire – comunque nel rispetto delle prescrizioni sanitarie diffuse dalle autorità pubbliche – la piena continuità dell'attività di assistenza legale fornite dal nostro Studio, con modalità alternative ma garantendo l’efficienza di cui questa temporanea situazione di emergenza necessita.

Qualora abbiate la necessità di fissare un appuntamento con lo studio per discutere di una questione di particolare importanza siamo disponibili, previo appuntamento, ad effettuare videochiamate Skype all’indirizzo avvocatomichelebonetti.it

Abbiamo adottato altresì ogni misura per garantire, sin dove possibile, la salute dei professionisti e del personale dello Studio e, come detto, abbiamo adottato tutte le cautele più opportune e adeguate per scongiurare ogni rischio rispetto all’emergenza sanitaria in atto, il che ci consente di essere operativi tutti i giorni.

Il nostro Studio rimane quindi a Vostra piena disposizione per ogni eventuale necessità nonostante queste circostanze eccezionali, attraverso tutti gli strumenti digitali da noi forniti e messi a Vostra completa disposizione per garantire una comunicazione diretta con tutti i professionisti dello Studio.

Siamo, pertanto,reperibili direttamente via e-mail al nostro indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., nonché telefonicamente nei consueti orari di ufficioai numeri di telefono 39 06.3728853 | +39 06.39749383 | +39 06.39737480 | +39 06. 39740882 39 349.4216026 - +39 391.3766108

 

Con i nostri migliori saluti,

Con sentenza il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha accolto il ricorso patrocinato dagli Avv. Michele Bonetti e Santi Delia, accogliendo la tesi degli stessi in materia di decadenza.

Nella vicenda in esame l’Ateneo in questione, in maniera del tutto errata, asseriva che lo studente fosse incorso nella decadenza dalla qualità di studente ai sensi dell’art. 149 del T.U. 1933/1592, dall’anno accademico 2014/15, poiché tra il sostenimento di due esami di profitto intercorrevano più di otto anni.

L’Università, inizialmente, permetteva allo studente di prenotare e sostenere  regolarmente gli esami universitari, nonché di partecipare attivamente al  proprio corso di laurea per poi comunicargli successivamente l’intervenuta decadenza, violando di fatto il principio del legittimo affidamento.

Con provvedimento cautelare del T.A.R. Lazio, il ricorrente  ha visto riconosciuto il diritto alla prosecuzione della propria carriera universitaria. Tuttavia, tale pronuncia veniva appellata dall’Ateneo dinanzi all’Ecc.mo Consiglio di Stato che prontamente rigettava le doglianze dell’Amministrazione.

In data 06.03.2020, con sentenza il Tar Lazio confermava sia il proprio orientamento che quello espresso dal Consiglio di Stato consentendo “al ricorrente la prosecuzione della propria carriera universitaria”.  

Trattasi dell’ennesima pronuncia favorevole resa dalla giustizia amministrativa in materia di decadenza.

Tra il 12 novembre e il 18 novembre 2019, presso la Nuova Fiera di Roma, si sono svolte le prove preselettive del “Concorso pubblico per titoli ed esami, per il reclutamento di complessive n. 2329 unità di personale non dirigenziale a tempo indeterminato per il profilo di Funzionario nei ruoli del personale del Ministero della Giustizia”.

Da un’attenta e oculata analisi del test somministrato sono emerse molteplici incongruenze, oltre a plurime domande ambigue. 

Su tale aspetto abbiamo già vinto al T.A.R.

Per tali ragioni, riteniamo che sia doveroso tutelare la posizione di tutti i soggetti esclusi dalla prova preselettiva e, in particolare, coloro che in ragione degli errori o la mancata risposta a quesiti ambigui, errati o comunque contestabili, sono stati esclusi.

La prima Sezione del Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato dagli avvocati Michele Bonetti e Santi Delia sul concorso di reclutamento per 2.329 unità per il profilo di funzionario giudiziario.

Alcuni esclusi hanno ricorso al TAR che, avallando la tesi degli Avv. Michele Bonetti e Santi Delia, ha accolto la domanda cautelare consentendo ai nostri ricorrenti di ottenere l’ammissione alle successive prove scritte da cui erano stati esclusi. A differenza di quanto prospettato in altri ricorsi fondati su altri aspetti e che il T.A.R. ha respinto, la strategia dello studio, questa volta, si è concentrata nell’individuazione di censure specifiche su due quesiti ritenuti errati.

Si trattava, in particolare, dei quesiti nn. 26 (che riguardava il tema dell’obbligatorietà e gratuità dell’insegnamento nel nostro Paese) e 30 riferito alle “forme di raccordo di tipo organizzativo tra Stato e Regioni”.

Chi ha errato una o entrambe tali domande ed è fuori proprio in ragione di tali errori, può agire con ricorso straordinario al fine di ottenere l’ammissione alle successive prove.

Ciò posto, lo Studio Legale degli Avv.ti Michele Bonetti e Santi Delia, a seguito della pubblicazione della graduatoria di ammissione alla successiva prova scritta, ha deciso di predisporre delle nuove azioni giudiziali volte alla tutela di tutti i candidati illegittimamente esclusi dalla procedura concorsuale.

Due le principali azioni che lo studio predisporrà:

A) Un ricorso STRAORDINARIO di natura collettiva, al costo di 250 euro ove tali vizi sulle domande non verranno chiaramente dedotti con specifico riguardo al singolo ricorrente.

B) Un ricorso di tipo individuale al costo di 2500 euro oltre IVA e CPA, in cui verrà valutata l’incidenza delle due domande.

Si precisa che al fine di poter esperire il ricorso di tipo collettivo è necessaria l’adesione di almeno 30 soggetti esclusi dalla procedura concorsuale in questione.

La scadenza è fissata al 5 marzo 2020 e, per poter aderire, è necessario seguire le istruzioni di seguito indicate, compilando e sottoscrivendo tutta la documentazione presente:

1) COMPILARE IL FORM ON LINE DI ADESIONE ACCEDENDO A QUESTO LINK;

https://forms.gle/syHvFr5zzVdMWCMw6

2) SCARICARE E COMPILARE LA DOCUMENTAZIONE DI ADESIONE CARTACEA ALLEGATA ALLA PRESENTE;

3) Bonificare la quota alle COORDINATE ALLEGATE;

4) Inviare la superiore documentazione e la ricevuta di bonifico via mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  scansionata

5) Inviare la medesima documentazione e la ricevuta di bonifico a mezzo posta con raccomandata a.r. allo studio di Roma, via di San Tommaso D’Aquino 47 -00136

Fuori dalla busta dovete indicare RICORSO CONCORSO FUNZIONARIO GIUDIZIARIO 2019.

 

I 36 posti fantasma inizialmente banditi in Sicilia sono riapparsi e dovranno essere assegnati ai ricorrenti degli Avvocati Michele Bonetti e Santi Delia.

Il Consiglio di Stato, difatti, ha accertato che “all’esito dell’attività istruttoria disposta dalla Sezione è emerso che a fronte di 216 posti banditi, quelli concretamente ricoperti attingendo dalla graduatoria del 2012 furono solo 180, residuando pertanto ulteriori 36 posti, confermando così la prospettazione della ricorrente”.;

A questo punto il MIUR dovrà “procedere all’adozione di tutti gli atti necessari – computando anche i 36 posti non attribuiti rispetto al contingente bandito per il concorso scuola 2012 – al fine di consentire la scelta della cattedra a suo tempo spettante alla ricorrente, in rigoroso ordine di graduatoria“;

Grazie a tale riconoscimento, i giudici di Palazzo Spada, hanno ordinato la piena esecuzione della sentenza n. 152 del 2019, con cui era stata riformata, su ricorso degli stessi legali, la sentenza del T.A.R. Lazio, annullando in due parti distinte il Decreto Ministeriale del 2016 sulle assunzioni infanzia.

La storia del concorso delle insegnanti della scuola materna del 2012 (il primo dopo oltre un decennio), in particolare per la Regione Sicilia, ha del paradossale. Più nel dettaglio, difatti, nonostante fossero stati banditi 216 posti, in Sicilia solo 180 docenti furono assunti mentre gli altri 36 e gli ulteriori idonei, furono spediti fuori Regione.

Ecco perché, nonostante la ricorrente in questione risultasse tra i 216 astratti vincitori (chiaramente anche a seguito di scorrimento) non venne assunta né in Sicilia, dove aveva concorso, né presso altre Regioni. Così facendo, dunque, l’aspirante maestra d’asilo ha visto decadere la possibilità di ottenere il posto nella scuola dell’infanzia cui aspirava, mentre altri docenti, seppur con punteggi inferiori al suo, ottenevano l’ambita assunzione. Secondo il T.A.R. del Lazio tale decisione del Ministero era corretta in quanto nell’ambito dei piani straordinari di assunzione sarebbe legittimo limitare il novero degli ammessi.

Il Consiglio di Stato, invece, ha censurato tale scelta in quanto “non è possibile ipotizzare che, in un tale contesto già fortemente regolato e preordinato ad un reclutamento speciale ed aggiuntivo rispetto a quello già delineato, residui una qualche discrezionalità in capo al MIUR nel fissare la (ri)definizione della platea dei beneficiari”.

Anche i soggetti frattanto assunti in altre classi di concorso, dunque, dovevano partecipare al piano di assunzioni straordinario infanzia del 2016 ed il D.M. è stato in questa parte definitivamente annullato.

Ma non basta.

Il nuovo concorso a cattedra del 2016, difatti, prevedendo anch’esso dei posti per infanzia in Sicilia, ha annullato la validità, ancora in corso nei termini del triennio, della graduatoria del 2012 che, invece, secondo gli Avvocati Bonetti e Delia, doveva continuare a scorrere. Come detto, invece, almeno 36 dei posti disponibili inizialmente banditi furono assegnati ai nuovi vincitori del concorso del 2016 e non, invece, a quelli del 2012 che, ancora, attendevano l’assunzione.

La sentenza del Consiglio di Stato, in tal senso, ha stabilito, con forza, la salvaguardia della validità delle graduatorie vigenti e, in particolare di quella del 2012. Per tale motivo, non solo il CDS ha permesso alla ricorrente di partecipare al procedimento speciale riguardante i docenti vincitori non beneficiari di una proposta d’assunzione, ma anche di far sì che la graduatoria per la regione Sicilia potesse scorrere a suo favore.

Grazie a tale sentenza, conclude l’Avvocato Michele Bonetti, siamo riusciti a stabilire il diritto degli insegnanti siciliani che avevano concorso in Sicilia e che da anni si sono visti assegnare in altre Regioni, di poter tornare a casa. E’ chiaro che la sentenza troverà applicazione solo per i ricorrenti che abbiano agito al TAR e poi al Consiglio di Stato ma trattandosi di un numero inferiore ai 36 posti non offerti, tutti otterranno giustizia.

La prima Sezione del Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato dagli avvocati Michele Bonetti e Santi Delia sul concorso di reclutamento per 2.329 unità per il profilo di funzionario giudiziario.

In 115.000 avevano presentato la domanda per presentarsi alla prima prova in “appena” 35.000 candidati. Quasi 7.000 gli ammessi alla seconda prova.

Alcuni esclusi hanno ricorso al TAR che, avallando la tesi degli Avv. Michele Bonetti e Santi Delia, ha accolto la domanda cautelare consentendo ai nostri ricorrenti di ottenere l’ammissione alle successive prove scritte da cui erano stati esclusi.

A differenza di quanto prospettato in altri ricorsi fondati su altri aspetti e che il T.A.R. ha respinto, la strategia dello studio, questa volta, si è concentrata nell’individuazione di censure specifiche su due quesiti ritenuti errati.

Si trattava, in particolare, dei quesiti nn. 26 (che riguardava il tema dell’obbligatorietà e gratuità dell’insegnamento nel nostro Paese) e 30 riferito alle “forme di raccordo di tipo organizzativo tra Stato e Regioni”.

“La domanda sulla scuola dell’obbligo”, in particolare, chiarisce l’Avvocato Michele Bonetti, founder di Bonetti & Delia, che ha seguito il contenzioso, ci ha letteralmente fatto saltare dalla sedia giacchè, da oltre 15 anni, lo studio annovera tra le specializzazioni particolarmente curate quella del diritto allo studio.

Nonostante sia dato notorio come nel nostro sistema l’istruzione obbligatoria sia impartita per almeno 10 anni e riguardi la fascia di età compresa tra i 6 e i 16 anni, il quesito, riferendosi solo nelle risposte al disposto dell’art. 34, 2° comma, della Costituzione, indicava la durata di almeno 8 anni e dunque sino ai 14 anni. In disparte l’errato tecnicismo nella formulazione del quesito che, comunque, non prevedeva nel suo testo di riferirsi al solo dettato costituzionale inducendo, così, in errore i candidati, il tema è evidentemente un altro.

Il giudice amministrativo ha avallato a pieno le censure presentate dagli Avvocati Michele Bonetti e Santi Delia rilevando che “si apprezza la fondatezza del primo dei motivi di ricorso, avuto riguardo alla non chiarissima formulazione delle domande oggetto di contestazione ed alla opinabilità delle risposte indicate dalla Amministrazione come corrette;”

Nei commenti che, da più parti, mi si chiede di rassegnare, da legale che da un decennio segue queste procedure concorsuale a quiz, mi sono sentito di lanciare un monito alle Amministrazioni a cambiare le modalità di somministrazione di questi quesiti pescati, in questo caso da FORMEZ, da loro banche dati (in qualche caso) ormai datate. Non ritengo concepibile, difatti, che il futuro di studio o lavorativo di un cittadino debba essere deciso da un quiz erroneamente formulato senza che nessuno si curi di capire neanche perchè.

La ragione, invero, è sin troppo semplice e, chi scrive, l’ha denunciata ormai 11 anni fa. All’esito del test di ammissione nazionale a Medicina, la lotteria dei quiz impazzì sfornando una batteria con 8 errori poi conclamati da T.A.R. e Consiglio di Stato. Perchè? Semplicissimo. Chi ha fatto quei quiz è lo stesso soggetto che li validati. Li aveva, in altre parole, formulati e poi ha, esso stesso, confermato che fossero corretti e validi ai fini di quella selezione.

Una contraddizione, in termini.

In quella tipologia di test, da allora, si avviò una procedura di validazione successiva alla formulazione che, certamente, fece diminuire il numero degli errori senza tuttavia eliminarla del tutto.

Lo stesso Ministero, il T.A.R. o il Consiglio di Stato, difatti, trovarono errori nei test degli anni successivi, sino a quello del T.F.A. con 23 quiz su 60 errati.

La mancata validazione dei test a quiz, effettuata nei paesi anglosassoni ogni qualvolta debba essere espletata una simile prova, è una delle maggiori lacune presenti in tutte le procedure concorsuali attivate dalla Pubblica Amministrazione e che da anni contestiamo nei nostri giudizi al Tar giacché impedisce la selezione dei migliori. È fondamentale, anche in ragione del fatto che in questi anni si tornerà ad assumere massicciamente con tali procedure concorsuali, che l’amministrazione riveda immediatamente queste banche dati e il sistema di selezione perché profondamente lacunoso”.

Il tema, dunque, non è affatto se quel quiz poteva essere formulato correttamente imponendo ai candidati di limitarsi a ricordare il tempo minimo dell’istruzione obbligatoria in Italia, quanto il fatto che, a parere di chi scrive, non ha senso alcuna la somministrazione di un quesito di questo tipo quando, a ben vedere, la Legge è andata oltre, correttamente, il dato costituzionale.

Se il concorso pubblico è diventato un quiz, ben (a malincuore) venga. Si cambi l’intero sistema di formazione e istruzione e si prepari, sin da allora, la futura pubblica amministrazione a ragionare in tali termini. Successivamente, soprattutto, si eviti pescare quiz enigmistici da banche dati obsolete e non validate in maniera seria e coscienziosa solo perchè, grazie a tali sistemi di appalto, si riesce a risparmiare sulla gestione di un pubblico concorso.

Nella riunione del 24 febbraio 2020 la Federazione Italiana Giuoco Calcio ha deliberato la nomina dei componenti della Commissione Criteri Infrastrutturali e Sportivi-Organizzativi, organo deputato al controllo organizzativo-strutturale delle società partecipanti alle competizioni nazionali; tra i professionisti neonominati presenzia l’Avv. Michele Bonetti, founder dello studio legale Michele Bonetti & Santi Delia.
Come noto la FIGC è l’organismo incaricato di dirigere ed organizzare tutta l'attività calcistica nazionale, anche supervisionando e coordinando le leghe che organizzano i campionati professionistici (Lega Serie A, Lega B, Lega Pro), e i campionati a carattere dilettantistico di livello nazionale e interregionale.
Quella conferita, tra gli altri, all’Avv. Michele Bonetti, nella sua veste di amministrativista, una nomina di particolare prestigio in considerazione del ruolo centrale svolto dalla Commissione nel garantire il regolare svolgimento delle competizioni dello sport che appassiona milioni di italiani.

In allegato e di seguito i link dei comunicati ufficiali della FICG, della Lega Pro e della Lega Nazionale Dilettanti

https://lnd.it/it/comunicati-e-circolari/comunicati-ufficiali/stagione-sportiva-2019-2020/6186-comunicato-ufficiale-n-258-cu-n-168-a-figc-nomina-commissione-criteri-infrastrutturali-e-sportivi-organizzativi/file

https://www.lega-pro.com/com/1920-212L.pdf

La news è reperibile anche su portale di legal community al link https://legalcommunity.it/nomina-figc-michele-bonetti-bonetti-delia/

Ci troviamo a commentare un’ordinanza del Supremo Consiglio, di recentissima pubblicazione, con rilevanza non solo sul merito della questione, che di seguito si analizzerà, ma che lascia spunti anche di carattere processual amministrativo.

Quello che i Giudici di Palazzo Spada hanno sancito è un principio, già in precedenza esplicitato dalla magistratura amministrativa (http://www.semprediritti.it/index.php/aree-di-interesse/scuola-e-universita/item/728-se-la-bocciatura-a-scuola-arriva-dinanzi-ai-giudici-la-dura-verit%C3%A0-di-provare-a-far-rispettare-le-leggi), di massima tutela per i giovanisimi studenti della scuola di primo grado.

Il tema è quello delle bocciature nella scuola primaria, molto delicato in quanto in questa particolare fase della crescita e formazione scolastica l’alunno può trovarsi nella difficoltà di dover afforontare un percorso non sempre caratterizzato da un rendimento omogeneo.

Su tale presupposto la legge, ed in particolare il D.lgs. 13 aprile 2017 n. 62 e la Circolare n.1865 del 10.10.2017, si preoccupa di dettare regole di favore per lo studente della scuola media. Il consiglio di classe è obbligato a tenere in considerazione periodi scolastici ampi per decretare l’eventuale bocciatura. In ogni caso si accorda preferenza a strumenti alternativi e meno invasivi della bocciatura per consentire all’alunno di recuperare le lacune anche in più materie.

Il caso in esame, per l’appunto, concerne un giudizio (illegittimo) del consiglio di classe di mancata ammissione all’esame di terza media, adottato considerando il solo arco temporale dell’ultimo quadrimestre dell’ultimo anno scolastico.

Gli spunti critici ulteriori sulla vicenda nascono, però, dal rilievo effettuato dal Consiglio di Stato circa il comportamento tenuto dall’Amministrazione nel processo.

Evidenzia il Collegio giudicante che, nonostante il provvedimento (ovvero, la bocciatura) si fondasse dichiaratamente sull’analisi del “secondo quadrimestre”, la difesa dell’Amministrazione aveva in realtà affermato una diversa e contrastante ricostruzione dei fatti. Per la prima volta nel corso del giudizio, infatti, emergeva la deduzione che la mancata ammissione all’esame avesse alla base una valutazione operata sull’intero arco scolastico dell’alunna e che le lacune si riferissero, dunque, ad una condizione insanabile su tutto il triennio.

Tra l’altro il provvedimento ben si adatta al caso di specie considerando la circostanza che la media dei voti era prossima alla sufficienza e che, nei fatti, in sole due materie vi fossero insufficienze (di cui una non grave).

Non è mancata la chiara presa di posizione del Supremo Collegio. Vi è una contraddizione insanabile tra quanto affermato nell’atto amministrativo impugnato e le deduzioni difensive prodotte dall’Amministrazione in appello.

Nel caso di specie, dagli atti procedimentali della scuola emergeva la sola considerazione del quadrimestre “incriminato”, mentre ciò che veniva dichiarato (e che non risultava agli atti) concerneva una presunta analisi più ampia, come impone la giurisprudenza maggioritaria in materia.

Quello che viene sancito, oltre all’importanza della pronuncia per la tutela degli interessi dei soggetti coinvolti, è un’applicazione peculiare dei poteri valutativi del giudice. Nella fattispecie è risultato decisivo il comportamento processuale tenuto dalla parte pubblica, difesasi con argomentazioni aggiuntive e contrastanti rispetto al contenuto dell’atto amministrativo emanato.

L’acuta osservazione dell’Ordinanza rielabora in chiave tecnica e garantista i principi di cui all’art. 114 c.p.c., fatti propri dal c.p.a. con l’art. 64, che considera il comportamento processuale un argomento di prova.

L’antitesi tra la posizione della difesa erariale e l’atto amministrativo, in un contesto pubblicistico come quello di specie, che verte in tema di diritti costituzionali e beni della vita, non può che portare alle condivisibili deduzioni dell’Ordinanza del Consiglio di Stato.

Nel processo amministrativo rilevano, dunque, le deduzioni svolte dalla parte pubblica in quanto in contraddizione con le motivazioni del provvedimento amministrativo.

La contraddizione tra la motivazione addotta dalla difesa dell’Amministrazione e quella presente nel provvedimento impugnato impone, come condivisibile, il riesame invocato nel giudizio per il tramite di un’istanza cautelare, nel caso di specie, finalizzata alla rinnovazione del giudizio di ammissione.

In tal modo il pronunciamento pare collocarsi in linea con le ordinanze propulsive tramite le quali il Giudice Amministrativo, in sede collegiale, può sollecitare un’attività della P.A.; e così, con la misura cautelare del riesame, o di remand, non si sospendono semplicemente gli effetti del provvedimento impugnato, ma in modo equilibrato il Giudice di seconde cure in sede collegiale richiede all’Amministrazione di riesaminare la questione e di rideterminarsi.

Il piccolo studente ed i suoi genitori vedranno, grazie al provvedimento in analisi, una riforma del giudizio comminato dalla scuola in senso conforme alle norme di legge.

Gli Avv.ti Bonetti & Delia hanno assistito l’Università Magna Graecia di Catanzaro nell’ampio contenzioso generatosi a seguito del temporaneo mancato accreditamento di alcune scuole di specializzazione di medicina.

Il MIUR, difatti, oltre a comminare il mancato accreditamento in ragione del non raggiungimento di alcuni parametri imposti dall’Osservatorio nazionale, imponeva all’Ateneo di accordare il trasferimento incondizionato a tutti gli specializzandi che ne facessero richiesta proprio in virtù della “sanzione” comminata.

Il T.A.R. Calabria (sentenze nn. 1784/19 e da 1793 a 1798 del 2019 e n. 1902/19), adito dagli specializzandi che reclamavano l’immediata ottemperanza a tale clausola, ha dapprima rigettato le loro domande ritenendo che sul tema abbia giurisdizione il giudice ordinario e che, anche per tale ragione, la domanda di applicazione dell’istituto del silenzio – assenso non possa trovare applicazione ed in seguito, in separato contenzioso, si è espresso sulla natura di tale vincolo ministeriale su ricorso proposto dall’Ateneo.

Il T.A.R., aderendo alle tesi degli Avvocati Michele Bonetti e Santi Delia, ha ritenuto che il Decreto ministeriale invada le competenze dell’Ateneo, ragion per cui “ogni diversa interpretazione esporrebbe la disposizione medesima ad evidenti profili di nullità (e, quindi, di inefficacia), per difetto assoluto di attribuzione”.

Gli specializzandi, assistiti dallo Studio Legale PMMS Legal – Mangano Miceli Stallone, con il founder Francesco Stallone, hanno impugnato l’esito negativo innanzi al Consiglio di Stato (sentenze nn. 1002 e 1003/2020) che con sentenze del 10 febbraio 2020, ha respinto gli appelli, confermando la giurisdizione del G.O.

Secondo la Sesta Sezione del Consiglio di Stato (Pres. Santoro, rel. Simeoli), “alla luce dell’art. 37 del d.P.R. n. 368 del 1999 (…) le eventuali controversie sono devolute all’autorità giudiziaria ordinaria ai sensi del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80”, ragion per cui “in definitiva, non rientrando i medici specializzandi tra le categorie di personale in regime di diritto pubblico, ne consegue che, una volta esaurita la fase concorsuale finalizzata all’ammissione alla scuola, ogni altra questione attinente al rapporto contrattuale, appartiene alla cognizione del giudice ordinario“.

I nuclei della Guardia di Finanza di tutta Italia stanno eseguendo estese attività di indagine su tutto il territorio nazionale al fine di accertare le posizioni dei Docenti università in relazione all’ipotesi di violazione della Legge 240/2010. Tale norma impedisce, ai Docenti con contratto “a tempo pieno” di svolgere attività diverse da quelle espressamente autorizzate dall’Ateneo presso cui si svolge la pubblica funzione.

La Magistratura Superiore della Corte dei Conti, in alcuni casi, contesta il capo di imputazione di danno erariale ai soggetti che, seppur beneficiari di un contratto a tempo pieno, svolgono ulteriori attività.

Plurime sono le richieste di assistenza che sono pervenute al nostro studio legale da parte di soggetti che si sono visti coinvolti in tale procedura.

Seppur la normativa in materia risulta essere particolarmente complessa, le competenze acquisite negli anni nel settore ci consentono di seguire ogni fase della procedura fornendo il massimo ausilio ai Professori che, nella maggior parte dei casi, hanno agito con diligenza e buona fede, ponendo sempre al centro gli interessi degli atenei e dei propri studenti e comunque spesso anche con l’espresso avallo degli Atenei.

Per ciò che attiene le presunte violazioni alla Legge 240/2010, un numero considerevoli di contestazioni interessano l’art. 6 della richiamata norma. Ci si riferisce soprattutto all’ipotesi di esercizio di “attività libero-professionale” in regime di tempo pieno.

A tal proposito è bene precisare che non tutte le attività extra ed intra – murarie, che ad una prima sommaria valutazione sembrerebbero rientrare nelle fattispecie contrarie alla Legge 240/2010 poi effettivamente lo sono.

Difatti, seppur volta ad evitare il cd “doppio lavoro” da parte dei Docenti universitari, la norma a cui ci riferiamo pone anche una serie di attività che non devono essere necessariamente autorizzate da parte dell’Ateneo. Ovviamente in tale ipotesi la 240 del 2010 deve essere letta in combinato disposto con i vari regolamenti delle Università ove l’interessato presta servizio.

In ipotesi di contestazioni mosse dalla Guardia di Finanza, esse vengono poi trasmesse alla Procura presso la Corte dei Conti. Ciò posto, esse possono essere plurime e molteplici e, in ogni caso, non sempre le confutate condotte risultano in violazione della normativa in materia di danno erariale.

Ovviamente ogni singola posizione merita di essere ben approfondita e valutata singolarmente.

Lo Studio è disponibile a prestare consulenza ed eventuale assistenza ai Docenti interessati dagli accertamenti in essere che, come si apprende dalle maggiori testate nazionali, hanno oramai raggiunto un numero considerevole di soggetti in tale situazione.  

A tal fine si rimette l'indirizzo mail dello studio: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

 

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