Mercoledì, 01 Settembre 2010 17:32

Non andare alla cieca! Prendi le precauzioni per un test sicuro.

Pubblicato in Numero chiuso

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In questi giorni il dibattito intorno all'inadeguatezza della selezione dei test d'ingresso per alcuni corsi di laurea che la legge (L. 264/99) impone essere ad accesso limitato sta facendo prevalere il valore di una selezione fatta a priori rispetto allo studio universitario al valore del diritto allo studio universitario stesso.



Innanzitutto la ragione della L. 264/99 è una direttiva europea che impone agli stati europei standard qualitativi nel rapporto tra le strutture universitarie e la domanda di istruzione. Questa direttiva è stata tradotta in Italia non con la necessità di adeguare le strutture alla domanda d'istruzione ma, al contrario, di adeguare l'accesso all'istruzione alle strutture presenti. Se pensiamo che il nostro Paese primeggia in Europa per la scarsità dei finanziamenti che dedica all'istruzione già appare chiaro che la L. 264/99 è stato uno strumento per i nostri Governi per non aumentare la spesa pubblica in istruzione universitaria.


Ma se conosciamo il nostro Paese possiamo anche immaginare come le lobbies degli ordini professionali, che troppo spesso agiscono al solo scopo di tutelare i propri interessi prima di quelli della società, abbiano felicemente accolto una legge che restringe il numero di professionisti che uscirà dagli atenei (più avanti abbiamo riservato una spiegazione più approfondita di come gli ordini professionali sono presenti nella definizione dei posti per i corsi a numero chiuso).


Il problema non è quale preparazione liceale è migliore per il test a medicina, né cosa affiancare al test per selezionare meglio.
Il problema centrale è la follia per cui uno studente viene valutato se è bravo o meno in quegli studi ancora prima di iniziarli.

Dovremmo discutere di una forma di selezione che permetta di valorizzare la capacità di apprendimento, l'impegno, la passione nello studio che si è scelto, invece siamo ostaggi di baronati decennali e lobbies professionali che ci costringono a discutere di quale studente ha il diritto di studiare e quale no (non si parla del diritto alla laurea ma diritto allo studio, sia chiaro), senza accorgerci che inizia a mancare in prospettiva il personale medico nelle strutture pubbliche e che la favola delle strutture universitarie insufficienti ce la siamo bevuta senza pensare a quanto l'Italia spende per istruzione universitaria rispetto alla portata delle sue finanziarie o del suo prodotto interno.
Oggi l'accesso al sapere è l'oggetto di una guerra tra poveri di cui noi studenti siamo i tristi protagonisti, per cui la discussione sulla qualità dei test di selezione hanno assunto più valore di quella sul diritto allo studio. Qui il "coraggio delle riforme" non arriva mai. Eppure il diritto allo studio è, a detta di tutti, la base per il futuro del Paese.


Il TEST d'INGRESSO del 2007, l'anno dello scandalo a Medicina.


Negli anni precedenti (test del 2004 e del 2005) c'erano stati casi di domande mal formulate, ma nel 2007 succede di tutto. Dopo il test scoppia il caso: il quesito n° 71 ha due risposte esatte, il n°79 addirittura nessuna, e questo basta a farsi venire seri dubbi sulla regolarità del test, anche senza considerare altre domande di imprecisa formulazione. All'indomani del test il Ministero emette un decreto per risolvere rapidamente la situazione: le graduatorie saranno stilate ignorando i due quesiti incriminati. Ma è un tentativo inaccettabile: non viene premiato chi a quelle domande sapeva rispondere e non viene garantita la parità nella competizione. Nel frattempo le anomalie nelle graduatorie degli anni precedenti avevano messo in allarme anche le forze dell'Ordine: le intercettazioni e le indagini svolte durante lo svolgimento dei test hanno messo in luce modalità irregolari presso alcuni Atenei italiani con annullamento locale dei test. Tutto questo a comporre un
quadro di scarsa credibilità del sistema di selezione a quiz dell'accesso programmato in Italia.


Ricorso collettivo al Tar del Lazio.


Da diversi anni l'UdU promuove ricorsi collettivi per gli studenti che vedono messe in dubbio le loro aspirazioni universitarie a causa del cattivo funzionamento del meccanismo Università; questo è accaduto anche a Parma, con un ricorso al TAR degli studenti di Psicologia fermati da un numero chiuso non legittimo. A settembre 2007 il decreto di annullamento del Ministero era un provvedimento insufficiente a ristabilire la giustizia del test, così l'UdU decide di procedere promuovendo un ricorso collettivo al TAR del Lazio. L'Avv. Michele Bonetti cura la vicenda, raccogliendo la documentazione di ben 2000 studenti e presentando altri rilievi di irregolarità oltre alla presenza dei due quesiti incriminati e l'annullamento che di fatto cambia le caratteristiche del test.


La sentenza.


Il TAR del Lazio, tra altre cose, afferma:

  • il sistema italiano dei test a risposta multipla è meno adatto di altri sistemi adottati in Europa a operare una selezione su criteri di merito universitario, basandosi su una preparazione precedente. Ad esempio in Francia c'è accesso libero al primo anno, selezione sul merito all'iscrizione al secondo anno;
  • l'Università italiana deve dotarsi di un sistema di selezione più equo ed efficace per gli aspiranti studenti di Medicina;
  • la commissione che ha elaborato il test del 2007 ha operato male, omettendo la redazione di un Verbale e rendendo irreperibile la documentazione sul percorso di formulazione dei test, in violazione del principio di trasparenza dell'attività amministrativa;
  • diversi quesiti sono inadatti o estranei alla materia in valutazione: oltre ai famosi n°71 e n°79, ci sono quesiti di biologia su nozioni non contemplate dai programmi ministeriali (n°34 e n°35), formulazioni poco chiare (n°52), incongruenze (n°5 e n°14), imprecisioni sulla lingua (n°33), risposte non esatte ma appena accettabili (n°39);
  • l'annullamento dei quesiti n°71 e n° 79 avvenuto successivamente al test non ristabilisce la parità dei concorrenti.

 

La lunga battaglia legale contro il numero chiuso ora continua alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo dove abbiamo presentato un ricorso, proprio sulla base dell'esperienza del 2007, contro la negazione del diritto allo studio tramite sbarramenti all'accesso appellandoci all'art 14 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea.
Articolo 14

Diritto all'istruzione

  1. Ogni individuo ha diritto all'istruzione e all'accesso alla formazione professionale e continua.
  2. Questo diritto comporta la facoltà di accedere gratuitamente all'istruzione obbligatoria.
  3. La libertà di creare istituti di insegnamento nel rispetto dei principi democratici, così come il diritto dei genitori di provvedere all'educazione e all'istruzione dei loro figli secondo le loro convinzioni religiose, filosofiche e pedagogiche, sono rispettati secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio.

 

L'INGERENZA DELLE LOBBIES PROFESSIONALI


Il percorso che porta ala definizione delle disponibilità dei posti per i corsi di lauree a numero chiuso passa attraverso alcuni momenti cruciali. Innanzitutto il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (Miur) riceve dagli Atenei una disponibilità di massima dei posti per le proprie facoltà secondo quella che ritengono essere la "capienza" delle proprie strutture. Allo stesso tempo, il Ministero della Salute riceve le stime delle Regioni e degli Ordini Professionali sulle disponibilità rispetto al fabbisogno del sistema sociale e produttivo. Alla fine i dati del Miur e del Ministero della Salute sono oggetto di elaborazione di una consultazione tecnica a cui partecipano la Conferenza Stato-Regioni, le Regioni, l'Osservatorio delle Professioni Sanitarie e le Federazioni degli Ordini Professionali coinvolti. Questa consultazione porta alla definizione di un numero di posti che viene suggerito al Miur, che tramite decreto sancisce il numero definitivo.


Il numero chiuso in Italia nasce dal mancato adeguamento delle strutture universitarie alla domanda d'istruzione che viene della scuole superiori. La scelta di interpretare in maniera inversa la direttiva europea, che in realtà impone l'adeguamento delle strutture al numero di studenti,  non può che farci pensare alla solita soluzione all'italiana che ha colto l'occasione per ridurre il numero di professionisti in Italia riducendo così fortemente la concorrenza nel mercato dei servizi che questi professionisti offrono, salvo oggi rendersi conto che questo sistema sta portando alla mancanza di professionisti della medicina in Italia tali da dover richiedere medici dall'estero, i quali tra l'altro vengono pagati molto di più. E', difatti, nell'interesse lobbistico degli ordini professionali ridurre al minimo la concorrenza nel proprio settore così da poter mantenere una condizione privilegiata.
L'Antitrust ha, infatti, più volte chiesto l'abrogazione dell'art 6-ter (aggiunto con l'introduzione del  numero chiuso nel 1999) del decreto legislativo n° 502 del 1992 perché anticostituzionale, ovvero lesivo dell'art. 41 della Costituzione.


Dlgs 502/1992 - Art. 6-ter

Fabbisogno di personale sanitario

1. Entro il 30 aprile di ciascun anno il Ministro della sanità, sentiti la Conferenza permanente per i rapporti fra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri e degli altri Ordini e Collegi professionali interessati, determina con uno o più decreti il fabbisogno per il Servizio sanitario nazionale, anche suddiviso per regioni, in ordine ai medici chirurghi, veterinari, odontoiatri, farmacisti, biologi, chimici, fisici, psicologi, nonché al personale sanitario infermieristico, tecnico e della riabilitazione ai soli fini della programmazione da parte del Ministero dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica degli accessi ai corsi di diploma di laurea, alle scuole di formazione specialistica e ai corsi di diploma universitario. Con la stessa procedura è determinato, altresì, il fabbisogno degli ottici, degli odontotecnici e del restante personale sanitario e sociosanitario che opera nei servizi e nelle strutture del Servizio sanitario nazionale.

3. Gli enti pubblici e privati e gli ordini e collegi professionali sono tenuti a fornire al Ministero della sanità i dati e gli elementi di valutazione necessari per la determinazione dei fabbisogni riferiti alle diverse categorie professionali; in caso di inadempimento entro il termine prescritto il Ministero provvede all'acquisizione dei dati attraverso commissari ad acta ponendo a carico degli enti inadempienti gli oneri a tal fine sostenuti
.

 

Costituzione - Art. 41

L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

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